Faccio mio questo commento di Concita De Gregorio sulle contestazioni avvenute anche oggi alla festa nazionale del Partito Democratico, contestatori che io personalmente considero dei Fascisti e squadristi.
Ecco il testo di Concita De Gregorio:
La differenza che passa fra fischiare qualcuno che si intende contestare e tirargli addosso un candelotto acceso è la misura precisa del punto in cui finisce la civiltà. Non c’è proprio niente da questionare, nessun distinguo da fare, non ci sono se e non ci sono ma: noi non possiamo ammettere, nessuno uomo può farlo, che la parola di chicchessia sia spenta col gesto violento di una mano. Su questo, sulla repulsione della violenza come forma di protesta, deve levarsi adesso un coro unanime da ogni parte politica: chi non sarà in grado di farlo con chiarezza può accomodarsi fuori adesso. Fuori dalle porte di un paese democratico, fuori dalla legalità: fuori.
Abbiamo pianto ieri la morte di Angelo Vassallo, un amministratore del Pd ucciso per il suo lavoro, le sue scelte. Assistiamo oggi allo spettacolo di un sindacalista colpito al petto da un oggetto infuocato (al petto, immaginate cosa sarebbe successo se lo avesse raggiunto al volto, agli occhi) mentre parlava dal palco di una festa. La festa del Partito Democratico. Qual è la differenza che passa tra una pietra, una candelotto, una pistola? L’intenzione di uccidere? E a cosa affidiamo dunque la protezione della libertà di pensiero di azione e di parola di chi incarna una posizione (un interesse, una scelta) diversa da quella di chi impugna un’arma? Alle reali intenzioni dell’aggressore, e speriamo che le sappia calibrare? Alla sua mira? All’intervento tempestivo della polizia? È un crinale troppo sottile, troppo. Il livello di guardia è troppo alto. Dobbiamo affidarla alla nostra capacità di indignazione e di reazione, quella difesa. Dobbiamo fermare tutto questo adesso.
Tre volte nel giro di pochi giorni chi parlava da quel palco è stato aggredito: a parole prima, a gesti poi. Marini, Schifani, Bonanni. Prima di discutere d’altro, domandiamoci: tutto questo a chi giova e a chi nuoce? Se la piazza diventa inagibile, se lo spazio pubblico di discussione si trasforma in un luogo di pericolo quali saranno le conseguenze? Certo importerà poco o niente a chi chi non frequenta le piazze ma i suoi studi tv, a chi dispone di videocassette da mandare in onda su tutti i canali, a chi evita il dibattito figuriamoci il dissenso. E qual è invece l’obiettivo da colpire? Non è forse chi insiste a proporre il confronto, il dialogo, il rispetto delle regole guardando l’altro negli occhi?
Certo, la tensione sociale è altissima. Ieri questo giornale, come al solito in solitudine, ha dedicato la copertina a Federmeccanica titolando «Il pugno del padrone». Non abbiamo dubbi che il confronto e anche lo scontro siano oggi necessari a rinegoziare i diritti dei lavoratori calpestati in nome della presunta modernità. Sarebbe stato interessante che qualcuno dalla platea ne chiedesse conto a Bonanni, ascoltare la sua risposta. Allo stesso modo sarebbe stato utile che qualcuno domandasse a Schifani – il quale, piaccia o no, incarna una delle massime cariche istituzionali – cosa risponde a chi lo accusa di collusione con la mafia: dalla sua voce, era l’occasione per sentirlo. Poi si può anche discutere se sia conveniente o no dare la parola all’avversario politico di maggioranza, all’esponente di un partito o di un sindacato di minoranza: conveniente dal punto di vista del consenso. Non sembra, in effetti. Cavalcare gli umori o comprarli è più redditizio. È peggio che sbagliato però: è pericoloso. Mortale, in senso metaforico e non.
fonte: http://concita.blog.unita.it//Senza_se_e_senza_ma_1565.shtml


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