IL PAESAGGIO ASSASSINATO

SE DALL’ALTOPIANO di Asiago ci si affaccia sulla pianura vicentina e padovana, una parola viene spontanea: orrore. La selva sottostante di fabbrichette, capannoni, case, strade, garage, rotatorie, cavalcavia che in vent’anni si è divorata questa fetta di ‘Veneto barbaro di muschi e nebbie’, tanto cara a Goffredo Parise, mette paura. Un senso di spaesamento assale e disintegra il ricordo di campagne rigogliose, di filari di alberi e vigne, di ville palladiane e casolari. Un velo grigio cemento è stato steso su quella che fu la più amena pianura della Pianura padana. La più spietata uccisione del paesaggio, qui è stata fatta. E’ come se un serial killer si fosse aggirato per decenni tra il Brenta e l’Adige, armato di asfalto, prefabbricati, calcestruzzo e deregulation. Eccolo il Nord-Est «che qualcuno paragona spesso e volentieri a una locomotiva, ma a noi ricorda piuttosto una gigantesca betoniera», per dirla con Vitaliano Trevisan, altro scrittore vicentino. Certo, anche gli affari giravano veloci come la betoniera. Schei, schei e schei. Tanti affari e pochi scrupoli, per prendersi la rivincita su secula seculorum in cui i veneti esportavano in Italia o nel mondo emigranti, pellagra e l’immagine di bevitori poco santi.

«EL VENETO ai veneti», «paròni a casa nostra», «el Leòn magna el teròn»: quanti slogan coniati per piantare le proprie radici e le proprie presunzioni nella Serenissima Repubblica di Venezia. E contemporaneamente quanti alberi sradicati, quanti campi distrutti, quanti fossi tombinati a nord del Dio Po.
E allora bastano 36 ore di pioggia e un fiumetto da quattro soldi chiamato Bacchiglione per mettere sott’acqua milioni di Pil, una città d’arte e la sua corona di paesi senza pretese (se non quelle di avere tanti capannoni). Con l’acqua sale però anche la rabbia. Se la prendono con Roma, i veneti. Si sentono dimenticati, dicono. Soccorsi tardivi. Forse è vero. Ma non risulta sia stata Roma a ordinare lo scempio delle terre del Palladio. Anche in questo caso i veneti sono stati molto efficienti, hanno fatto tutto da soli, dopo aver affidato 15 anni fa le sorti del territorio agli stessi che governano a Roma. Ma seminare polemiche nel fango, non è il caso. Per meritarsi l’assoluzione, recitino trecento mea culpa e ricomincino a piantare alberi e a pulire fiumi. Come ai tempi della vera Serenissima, quando il Leone di San Marco era una cosa seria e non un orpello per le sagre dei osei.

[da il Resto del Carlino 10 nov. 2010 – pag. 2 – di ACHILLE SCALABRIN]


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